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La scuola italiana oggi è in crisi profonda. Non si tratta solo di mancanza di fondi o strutture fatiscenti. Il vero problema è più profondo: un sistema educativo vecchio, selettivo, disconnesso dalla realtà e incapace di accogliere e valorizzare gli studenti di oggi.
Molti ragazzi e ragazze si sentono tagliati fuori, trattati come numeri e non come persone, spesso costretti in percorsi che non hanno scelto e guidati da insegnanti che non li comprendono. In questo contesto il bullismo dilaga, la dispersione scolastica cresce e la scuola diventa una gabbia, non un luogo di crescita.
Oggi la scuola italiana funziona ancora come se fossimo negli anni ’70 o ’80: insegnamento frontale, valutazione numerica, programmi rigidi, materie imposte.
Ma il mondo fuori è cambiato radicalmente.
Gli studenti di oggi sono digitali, più consapevoli, più sensibili alle disuguaglianze sociali e più bisognosi di sentirsi ascoltati e coinvolti. Invece, molti insegnanti sono fermi a metodi superati e dirigenti scolastici troppo spesso distaccati dalla realtà degli studenti.
Nel frattempo, le famiglie impongono scelte scolastiche che non sempre rispettano la vocazione dei figli.
E mentre i figli dell’élite si salvano grazie a risorse private e contatti sociali, chi viene da ceti popolari viene lasciato indietro. In mezzo c’è un ceto medio sempre più schiacciato, che spesso subisce il sistema senza potersi opporre.
Per rispondere a questo fallimento, serve una vera rivoluzione educativa. Ecco sei proposte concrete per riformare la scuola e renderla finalmente uno spazio per tutti:
La scuola ha bisogno di docenti sotto i 45 anni, con una laurea di valore (almeno 90/100) e con una formazione relazionale ed empatica.
Non basta conoscere la materia: bisogna saperla trasmettere, capire gli studenti e motivarli.
I voti non misurano il valore reale di una persona.
Bisogna puntare su valutazioni personalizzate, narrative, basate sui progressi individuali e sul contesto, non su una sterile media numerica.
Gli studenti devono scegliere cosa approfondire: ogni persona ha passioni e talenti diversi.
Meglio poche materie fatte bene, che troppe fatte controvoglia.
La scuola deve amalgamare i contesti sociali, non alimentare disuguaglianze.
Chi è in difficoltà va aiutato ad emergere.
Chi è più bravo deve essere una risorsa per il gruppo, non un elemento di superiorità.
Molti studenti frequentano scuole scelte dai genitori, non da loro.
La scuola deve essere una scelta consapevole dello studente.
Solo così potrà viverla con motivazione e senso di appartenenza.
Quando uno studente smette di partecipare, si chiude in se stesso o si ribella, non è lui a essere sbagliato, ma il sistema che lo ha escluso.
La scuola deve prevenire il disagio, non punirlo.
La scuola deve tornare a essere uno spazio degli studenti, non solo dei burocrati e degli adulti.
Serve coraggio per ripensarla, e serve ascolto vero di chi la vive ogni giorno.
Una scuola che non sa adattarsi alla realtà di chi la abita, è destinata a perdere il suo senso.
Se vogliamo davvero un futuro migliore, dobbiamo ripartire dall’istruzione, e non da quella di ieri.
🔗 Condividi questo manifesto. Parla con studenti, insegnanti, famiglie. La rivoluzione della scuola comincia quando smettiamo di accettarla così com’è.
📢 Una scuola che esclude, è una scuola che fallisce.
Introduzione
Negli ultimi anni si parla molto di Gen Z, di nativi digitali, di giovani fragili ma pieni di pretese. Ma raramente si parla di chi è nato tra il 1990 e il 2000: una generazione che non ha avuto voce, che ha subito il crollo di un mondo vecchio e non ha mai ricevuto spazio nel nuovo. Una generazione ferita, dimenticata, bruciata. Questo testo è il tentativo di dare parola a chi finora ha solo resistito.
1. Cresciuti in un sistema vecchio, lanciati in un mondo instabile Chi è nato tra il 1990 e il 2000 ha vissuto l'infanzia e l'adolescenza in un'epoca che non era ancora pronta al futuro. Il mondo della scuola, del lavoro, della cultura era ancora legato a schemi anni '70-'80: rigidi, autoritari, obsoleti. Ma nel frattempo il mondo stava cambiando in modo radicale. Il digitale, la globalizzazione, la crisi economica: tutto si stava trasformando, ma senza che nessuno preparasse davvero le nuove generazioni.
2. La grande crisi: colpiti senza difese La crisi economica del 2008-2013 è arrivata proprio quando questa generazione stava cercando di entrare nel mondo del lavoro o degli studi universitari. Risultato: disoccupazione giovanile alle stelle, precarietà strutturale, tagli alla scuola, alle borse di studio, ai servizi sociali. Chi poteva permettersi l'università era fortunato. Chi aveva talento ma non mezzi è rimasto indietro. Nessuno ha teso una mano.
3. Famiglie fragili, scuole inadeguate, politica assente Molti sono cresciuti in contesti familiari instabili, in ambienti scolastici che non valorizzavano le differenze, in una società che imponeva modelli impossibili da seguire. La scuola non ha mai saputo accompagnare i giovani verso il mondo reale. La politica li ha ignorati, quando non li ha colpevolizzati. “Bamboccioni”, “choosy”, “fannulloni”: così venivano etichettati. Nessuno ha chiesto: “Cosa vi abbiamo lasciato in mano?”
4. Un mercato del lavoro rigido, cieco e tossico Mentre le nuove tecnologie promettevano flessibilità e innovazione, il mercato del lavoro italiano restava immobile: contratti a termine, salari da fame, carichi di lavoro insostenibili, nessuna crescita professionale. I lavori esistenti erano concepiti per far sopravvivere, non per far crescere. La carriera era un miraggio, il merito una parola vuota. E quando si denunciavano abusi o sfruttamenti, senza prove e avvocati, si restava soli.
5. L'odio generazionale: non per invidia, ma per giustizia Questa generazione non prova odio gratuito. Ma ha una rabbia profonda verso chi è venuto prima e ha preso tutto: lavoro, casa, pensione, diritti. Le generazioni precedenti hanno vissuto nella crescita, hanno goduto di stabilità e opportunità, ma non hanno lasciato nulla. Anzi: spesso hanno difeso un sistema che schiaccia i giovani. Con la Gen Z e Alpha c'è più empatia, ma anche consapevolezza che il peso della distruzione è stato maggiore per chi è nato prima del 2000.
6. Un cambiamento arrivato troppo tardi Dopo il 2010 si è parlato di inclusività, salute mentale, innovazione digitale, smart working, lavoro flessibile. Ma chi è nato negli anni '90 era già stato escluso. Troppo vecchio per i nuovi benefit, troppo giovane per avere certezze. Ancora una volta, è stato il cuscinetto di transizione: ha subito tutto e ha ricevuto poco o nulla.
7. Ma nonostante tutto, siamo ancora qui Questa è la generazione che più di tutte ha maturato una consapevolezza lucida, cruda, disillusa. Non crede più alle promesse, ma non ha rinunciato a costruire un altro modo di vivere. Reinventa il lavoro, si crea spazi propri, denuncia abusi, rompe i vecchi schemi. Forse non avrà mai pensioni, case o carriere da favola. Ma sta aprendo la strada per qualcosa di nuovo, anche se non ne godrà i frutti.
Conclusione: una generazione bruciata, ma sveglia Noi, nati tra il 1990 e il 2000, non siamo la generazione fragile. Siamo la generazione dimenticata. Ma anche la più lucida, la più arrabbiata, la più sveglia. E se il mondo non ci vuole, lo cambieremo. Magari non oggi, magari non noi. Ma chi verrà dopo ci dovrà ringraziare.
"Non vi dobbiamo niente. Ma abbiamo ancora molto da dire."
Testo autobiografico introduttivo
Mi chiamo Walter, e come tanti altri nati tra il 1990 e il 2000, ho vissuto sulla mia pelle le contraddizioni, le ferite e le frustrazioni di un'epoca che ci ha promesso tanto, ma mantenuto ben poco. Non parlo solo per me, ma per un'intera generazione che ha visto infrangersi i propri sogni sotto il peso di crisi economiche, politiche cieche e un sistema che non ha mai voluto davvero cambiare. Molti di noi hanno dovuto rinunciare agli studi, ad ambizioni personali, alla propria serenità mentale. Eppure, continuiamo a resistere, ad analizzare, a cercare risposte. Questo testo è una sintesi di tutto ciò: rabbia, lucidità, consapevolezza e bisogno di essere ascoltati. Non siamo pigri, non siamo persi. Siamo semplicemente nati nel momento sbagliato, con troppe responsabilità addosso e pochissimo sostegno intorno.
Sembra che tra i giovani, oggi, fare lavori massacranti o frequentare università costose con sbocchi professionali poco stimolanti non interessi più. Molti cercano di seguire ciò che amano, oppure preferiscono attività simili ma che offrano maggiore libertà personale. Fare qualcosa che non piace, a prescindere dallo stipendio, è diventato inaccettabile per una fetta sempre più ampia della popolazione giovanile.
La generazione nata tra il 1990 e il 2000 è stata probabilmente una delle più penalizzate della storia recente: due crisi economiche mondiali in meno di 15 anni, ondate di disoccupazione, licenziamenti facili e una classe politica sempre pronta a puntare il dito contro i giovani, additandoli come fannulloni o viziati. Tutto ciò ha generato una profonda demotivazione, una sfiducia sistemica e una sensazione di abbandono generalizzata.
Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa si è rotto: il vecchio sistema lavorativo ha mostrato tutta la sua fragilità. Troppo rigido, troppo lento, incapace di valorizzare i talenti e totalmente scollegato dalla realtà tecnologica e sociale attuale. Molti lavori restano massacranti, malpagati e senza prospettive di crescita, e il tempo libero è un lusso che pochi possono permettersi. I giovani non vogliono più sacrificarsi in nome di un futuro incerto.
È in questo contesto che nasce il fenomeno della "Great Resignation" – la grande rassegnazione – dove oltre 30 milioni di lavoratori nel mondo hanno lasciato volontariamente il posto di lavoro, stanchi di un sistema che li sfrutta e li incatena. Non si tratta solo di una questione salariale, ma di dignità, benessere, flessibilità e libertà.
Sempre più persone rifiutano il mito del "posto fisso" come obiettivo di vita. Anche il settore pubblico – un tempo rifugio sicuro – non attrae più, a causa di salari stagnanti, carichi di lavoro insostenibili e assenza di percorsi di crescita professionale. Le aziende lamentano la mancanza di candidati, ma spesso offrono condizioni che nessuno vuole più accettare: mansioni pesanti, stipendi da fame, orari rigidi. E lo scontro generazionale aumenta.
Denunciare gli abusi lavorativi è difficile. Chi prova a ribellarsi si trova davanti un muro: se non hai prove solide o un buon avvocato, nessuno ti ascolta. L’unica via è resistere fino a fine contratto, incassare la disoccupazione (se possibile), o licenziarsi, rischiando però di restare senza alcuna tutela. Anche quando si tenta di accedere agli ammortizzatori sociali, la burocrazia può essere estenuante.
La mia generazione non si fida più di nessuno. Le generazioni precedenti, specialmente quelle nate prima degli anni '80, vengono viste come causa del disastro attuale: retrograde, ipocrite, prive di empatia verso i problemi odierni. In molti casi, si arriva a provare un vero e proprio disprezzo verso quel passato che ci ha lasciato solo macerie.
Con le generazioni più giovani, come la Z o la Alpha, il rapporto è diverso. Non c’è odio vero, ma un certo distacco: loro sono nati in un mondo che, sebbene segnato dalla pandemia, li ha almeno risparmiati dal massacro socio-economico subito dai Millennial. Hanno più strumenti digitali, più libertà di scelta, più rappresentanza.
Chi è nato tra il 1990 e il 2000 ha vissuto:
Il cambiamento culturale e politico è arrivato troppo tardi. Negli anni '90, quando serviva uno scossone al sistema, non è successo nulla. Solo dopo il 2010 si è iniziato a discutere seriamente di flessibilità, di innovazione, di benessere. Ma per noi era già tardi: servivano almeno vent’anni prima, non dopo.
Non siamo una generazione perduta. Siamo una generazione bruciata. Ma anche consapevole, lucida, con una rabbia che si sta lentamente trasformando in riflessione, attivismo, rifiuto silenzioso. Non vogliamo scappare dalle responsabilità, ma nemmeno accettare in silenzio un sistema che ci ha umiliati. Vogliamo vivere, non sopravvivere. Vogliamo un futuro che non sia solo una fotocopia sbiadita del passato.
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